Legnares…

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Solitamente vengono chiamati Murales, questo invece è stato fatto su legno e io l’ho chiamato “Legnares” (termine azzardato ma mi piace). Poi l’immagine mi ha fatto venire un’idea e l’ho immaginata come copertina di un ipotetico libro di uno scrittore ancora sconosciuto . Questo il risultato
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(fotografia scattata nel 2009)

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18 thoughts on “Legnares…

  1. Da bambina mi raccontavano che quando pioveva erano soltanto gli angioletti che facevano il bucato. E tornava sempre il sole.
    L’idea per la copertina di un libro è geniale, m’immagino quella lacrima allargarsi, allargarsi fino a diventare mare ed in quel mare azzurro, calmo, nuotare liberi e andare lontano, lasciarsi alle spalle tutto il passato fino ad arrivare a quell’isoletta di fronte. E su quell’isoletta ricominciare una vita nuova senza più il passato. Con solo una tavoletta di murales in mano e una manciata di sogni tutti ancora da raccontare….

    • A me invece dicevano che si lavavano i capelli🙂
      Mi piace l’idea dell’isoletta e come hai sviluppato la copertina che ho creato dalla foto
      Ciao, Pat

    • Quel pomeriggio Caterina piangeva. Non era malinconia e né depressione: aveva solo tanta voglia di piangere. Voglia di sentire il corpo sconquassato dai sussulti, singhiozzare con la bocca premuta sul cuscino per non farsi sentire dai suoi. Farsi consumare dalle lacrime lentamente fino a diventare solo crosta. Grattugiarsi il cuore come fosse parmigiano.
      Insieme a lei qualcun’altro piangeva. Diverse le lacrime, diverso il soggetto. Ma può il cielo piangere?
      Sì, a volte può succedere. Però il cielo aveva un pianto sommesso.
      Caterina si scosse dai suoi pensieri ed in un baleno si affacciò alla finestra. Smise di piangere per accogliere sul viso altre lacrime, altro pianto, bagnarsi tutta con lacrime sconosciute. Bagnata dal pianto del cielo. Due lacrime che si incontrano formano una goccia, la goccia scava e si riempie di altre gocce, forma una conca piena di mille gocce. E tante gocce formano il mare, salato come le lacrime.
      Di quel mare Caterina aveva bisogno. Per annegare la sua rabbia ma non la vita, quella se la sarebbe portata dietro, a qualunque costo. E in quel mare azzurro, così bagnato da lavare ogni dolore, piano piano si immerse ed iniziò a nuotare. Nuotava con la testa dentro l’acqua e a ritmo regolare prendeva fiato, lente ma inesorabili bracciate l’allontanavano sempre più dalla riva, dal dolore, dal passato. Nuotava con leggerezza, senza andare in affanno, consapevole che qualcosa nella sua vita stava finalmente accadendo.
      Non c’è una linea di confine nella vita di ognuno di noi che delimita ieri da oggi e oggi da domani. Eppure nuotando in quell’acqua sempre più profonda, Caterina avvertiva quella linea, capiva che si stava allontanando dal passato e quel puntino all’orizzonte sarebbe stato il suo futuro. Una ics, un’incognita partita da una lacrima, da una goccia che prendeva finalmente il nome di “vita”. Voleva affogare di vita.
      Morale: Sono carezze le lacrime del cielo capaci di illuminare il nostro confine. Al di là di ogni male. Impariamo ad ascoltarle: sono vita.

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